Nel 2020 Energia per i diritti umani ha accolto i suoi primi volontari di Servizio civile universale all’estero, per la campagna Stop Malaria in Senegal. Rientrati in Italia dopo due mesi a causa dell’emergenza coronavirus, ora danno il loro contributo alle attività in smart working. In questa intervista il nostro “civilista” Michelangelo ci parla della sua storia e dei suoi interessi.

PRONTO ALL’AZIONE
A cura di Elisa Dachena, volontaria di Servizio civile universale di “La vita per te” in Madagascar*

“L’unico posto che mi manca è quello in cui non sono ancora stato”. Così Michelangelo, 24 anni, classico “primo della classe” a cui piace essere informato ed aggiornato, mi ha stupita, rivelandosi pronto all’azione. Beh, previa progettazione!

Ciao Michelangelo, iniziamo. Come ti definiresti?
Dunque, mi piace definirmi “sradicato”. Sono nato a Napoli, da genitori napoletani. Ho vissuto a Siena dai 4 ai 19 anni e poi ancora a Roma dai 19 anni ad oggi. Questa assenza di radici e di legami, questo essere un migrante interno libero, penso mi abbia aperto alla diversità, alle differenze del mondo. Di fatto, non mi sento solo italiano. Mi sento…di più! Mi sembra di dover sfruttare il mio tempo per conoscere nuove realtà, per poter dare il mio contributo nei posti in cui andrò. Vorrei vivere in un posto per un lungo periodo, entrare in quella società, non sentendomi più straniero, per quanto possibile.

Ci racconti il tuo percorso di studi?
Dunque, ho frequentato il liceo linguistico e ho proseguito all’università con Mediazione Linguistica e Interculturale. Con le lingue ho iniziato ad aprirmi al mondo, ma sono convinto siano solo un mezzo. Per questo, una volta finita la triennale, ho deciso di proseguire in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, andando a delineare il mio percorso ed i miei interessi, sempre più chiari, nei confronti dell’Africa e della migrazione. Contemporaneamente all’università, dai 19 ai 24 anni, ho vissuto nel Collegio Universitario dei Cavalieri del Lavoro “Lamaro Pozzani”, dove ho avuto accesso a corsi di formazione di lingua, e ad incontri settimanali con personalità del mondo politico, istituzionale, giornalistico ed imprenditoriale. Questa opportunità mi ha permesso di fare esperienza di comunità e di confronto.

Quando hai iniziato ad interessarti all’Africa e alle migrazioni?
Durante il primo semestre del primo anno di università, grazie ad un seminario tenuto da Chiara Peri del Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati. Mi ha fatto scoprire questa realtà, della quale, prima di quel giorno, non sapevo quasi niente. Ho dunque iniziato ad interessarmi, a studiare, a seguire. Mi sono appassionato all’argomento, tanto che questo è andato a definire le mie successive scelte di vita. Ho sviluppato la tesi di laurea triennale andando a mappare e descrivere le rotte migratorie dall’Africa all’Italia. Nella tesi di laurea magistrale ho invece analizzato l’azione esterna dell’Unione Europea in Africa in ambito di immigrazione. Da quel giorno ho inoltre provato a rendermi utile.

In che modo hai provato a renderti utile?
Dal 2015 mi sono dedicato a diverse iniziative di volontariato. Inizialmente con i salesiani della parrocchia del sacro Cuore di Roma, che prestano la loro opera ai senza fissa dimora della stazione di Roma Termini, ai quali si vogliono garantire dei pasti, certo, ma anche una semplice chiacchierata. Ho poi prestato servizio all’accettazione della mensa del Centro Astalli. L’esperienza più forte è però stata quella che ho vissuto nel 2019, con l’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII che si occupa dei senza fissa dimora e delle donne vittime della tratta degli esseri umani. In particolare l’obiettivo è quello di offrire ascolto e una possibile via di uscita, in una casa famiglia, con il progetto di imparare l’italiano e inserirsi nella società anche dal punto di vista lavorativo. Ho sentito storie drammatiche e pesanti, a volte è stato frustrante perché magari parlavo per sei mesi con la stessa persona che alla fine, però, non veniva via. È stata per me una grande occasione di crescita. Ho inoltre partecipato ad un progetto di supporto scolastico per bambini stranieri nati o cresciuti in Italia, con la comunità di Sant’Egidio. Personalmente ho seguito una bambina originaria delle Filippine ed una dello Sri Lanka, è stato molto bello, mi sono rimaste nel cuore. Ultimamente ho anche lavorato come dialogatore face to face per Amnesty International, cosa che mi ha permesso di mettermi in gioco. Dovevo fermare persone a caso, spiegare loro la realtà dell’associazione e convincerle a creare un rapporto di fiducia con Amnesty, e a sostenerla. Tale compito ha richiesto tanta pazienza, ironia, credibilità. Ho dovuto provare ad essere convincente, e ad avere coraggio.

Qual è, dunque, il tuo progetto, il tuo sogno?
In futuro mi vedo probabilmente come cooperante. Il mio sogno sarebbe stare nei campi profughi, gestire corridoi umanitari, lavorare per garantire la protezione dei diritti umani, impegnarmi nel reinserimento. Fare in modo che si possa arrivare in un posto sicuro, in modo sicuro e legale. Il Servizio civile universale, esempio di equità sociale ed ottima opportunità per i giovani, sarà per me un modo per fare esperienza di cooperazione e capire se potrebbe essere davvero la mia strada.

*Questa intervista è stata realizzata nel mese di gennaio 2020 nel corso della formazione generale del Servizio civile universale tenuta dall’ente capofila Solidarietà e Cooperazione CIPSI. È stata pubblicata sul sito del CIPSI a questo link https://cipsi.it/2020/02/i-volontari-in-servizio-civile-questanno-2/